L'epopea del Toro

Il Grande Torino. Campioni per sempre
Sedici scrittori raccontano l'epopea degli invincibili
A cura di Pietro Nardiello e Jvan Sica
Roma, Absolutely Free editore, 2017
Scheda

Il Grande Torino era una squadra leggendaria, invincibile, che solo il fato riuscì a sconfiggere.Una realtà che va ben oltre il semplice evento sportivo, ma che mette insieme anche la storia di un Paese che in quell’Undici si riconosceva al di là delle distanze geografiche.

Parte da questa premessa l’idea di Pietro Nardiello e Jvan Sica: raggruppare un collettivo di scrittori che possano cimentarsi nel racconto di una storia che non si è mai conclusa, ma che è diventata, invece, un valore da condividere e tramandare.

... Nel piccolo caffé di via Garibaldi, a Torino ...


... Nel piccolo caffè di via Garibaldi, a Torino, ci son quasi tutti: Gabetto, Ossola, Bacigalupo, Grezar. E Casalbore è uscito dal giornale e sbuca dall'angolo di corso Valdocco con la sua aria di signore napoletano. Giocatori ch'erano glorie, speranze e che ora sono soltanto avvocati e operai, quanti ne restano a far lungo il romanzo dei campionati. Questo è Bosìa, questo è Filippi, questo è Vallone. Casalbore sfoglia le pagine della storia di cui da anni, ogni domenica, egli va scrivendo i capitoli. E Gabetto e Ossola, se intervengono, parlano con la stessa finezza con cui giocano, con le stesse finte, con gli stessi scatti. Ragionano di se stessi senza indulgenza e senza orgoglio, come tecnici.

Alla domenica, dopo la partita, eravamo certi di trovarli riuniti a tavola in quell'osteria Pollastrini ove mangiavano tutti i giornalisti di corso Valdocco. A volte erano lunghe tavolate. Con la primavera si andava a un "dancing" all'aperto vicino a Piazza Statuto. Il campionato era per finire e già si parlava del prossimo. La comitiva a poco a poco s'ingrossava. A uno a uno venivano tutti. Grezar sempre taciturno con la sua aria di scolaro spettinato, Castigliano in allarme con i suoi occhi vivissimi non riusciva a star fermo. Sapevano ch'ero un poeta e che parlavo di calcio con una memoria di nomi e di date di cui essi stessi si meravigliavano, compiaciuti che nella loro vita io sapessi leggere con tanto affetto e con tanta nostalgia per la nostra comune giovinezza.

Prima della partita Italia-Ungheria, ci ritrovammo tutti insieme a Limone. Quella giornata non potrò dimenticarla, resterà tra i miei ricordi più cari. Quel giorno Loich era allegro per quanto Mazzola era ombroso e impaziente. E Gabetto puntò di scherma con noi giornalisti, venendo da ultimo a sederci vicino come uno dei nostri. (Avrebbe finito con lo scrivere anche lui, diceva). Alla fine del pranzo, Pozzo ricordò Ferraris IV ch'era morto da qualche ora sul campo (1). Quel Commissario coi capelli bianchissimi e col volto che gli rideva dalle fossette e dagli occhi, seppe trovare le giuste parole, senza indulgenze e senza retorica, come un bel tiro a rete. Era un morto solo, il "leone di Highbury", ma alla domenica sembrò che occupasse tutto il silenzio del campo. Più bianche le bandierine del corner per lui piegarono al vento delle memorie.


Ma per tutti i morti della sera di maggio - sono passati dieci anni - i ragazzi lasciano prati e giochi, le mani aperte e "più nulla". Anche se li hanno divisi, sono allineati tutti insieme, i trentuno caduti, in un unico campo d'erba verde, cinto da un muro come uno stadio. Torino ha le colline, il fiume, gli operai, le fabbriche e tanti calciatori, tante squadre che al sabato e alla domenica giocano alle sue porte. Proprio come vidi a Budapest, una volta. Dire "più nulla" o soltanto addio: addio, ogni domenica ...

Alfonso Gatto, Uno scrittore allo stadio, in "L'Approdo Letterario" 3 (1959), p. 90-91

(1) Attilio Ferraris IV, campione del mondo nel 1934, morì a Montecatini l'8 maggio 1947, durante una partita di beneficienza. La nazionale doveva affrontare in una sfida amichevole l'Ungheria a Torino l'11 maggio; la mattina del 9, la comitiva partì sul 'Conte Rosso' d Torino per Limone Piemonte.

Kopa

I ritratti di Eduardo

Lo chiamavano il Napoleone del calcio perché era bassino e conquistatore di territori.

Con la palla al piede, però, cresceva e dominava il campo. Giocatore di grande mobilità e brillante dribbling, Raymond Kopa sgusciava verso la metà campo disegnando arabeschi sul prato. Gli allenatori si strappavano i capelli per il suo eccessivo gingillarsi col pallone e i francesi esperti di calcio erano soliti accusarli del delitto di avere uno stile sudamericano. Ma nel Mondiale del 1958, Kopa fu incluso dai giornalisti nell'undici ideale e in quello stesso anno vinse il Pallone d'oro che si assegna al miglior giocatore d'Europa.

Il calcio lo aveva strappato alla miseria. Aveva cominciato a giocare in una squadra di minatori. Figlio di emigranti polacchi, Kopa lavorò per tutta l'infanzia insieme a suo padre nelle miniere di carbone di Noeux, dove si calava tutte le notti per riemergere di pomeriggio.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio