Kopa

I ritratti di Eduardo

Lo chiamavano il Napoleone del calcio perché era bassino e conquistatore di territori.

Con la palla al piede, però, cresceva e dominava il campo. Giocatore di grande mobilità e brillante dribbling, Raymond Kopa sgusciava verso la metà campo disegnando arabeschi sul prato. Gli allenatori si strappavano i capelli per il suo eccessivo gingillarsi col pallone e i francesi esperti di calcio erano soliti accusarli del delitto di avere uno stile sudamericano. Ma nel Mondiale del 1958, Kopa fu incluso dai giornalisti nell'undici ideale e in quello stesso anno vinse il Pallone d'oro che si assegna al miglior giocatore d'Europa.

Il calcio lo aveva strappato alla miseria. Aveva cominciato a giocare in una squadra di minatori. Figlio di emigranti polacchi, Kopa lavorò per tutta l'infanzia insieme a suo padre nelle miniere di carbone di Noeux, dove si calava tutte le notti per riemergere di pomeriggio.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

La Spoon River del pallone

Gigi Garanzini
Il minuto di silenzio.
La storia del calcio attraverso i suoi eroi
2017 | Mondadori, Milano
Scheda

"Dove sono Mumo, Lev, Helenio, George e Omar, l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso? Tutti, tutti, dormono sulla collina. I cinque aggettivi sono quelli del secondo verso di Edgar Lee Masters. I personaggi, tolto Jascin che ci sta dentro in pieno, sono invece adattati con un pizzico di disinvoltura perché l'abulìa di Mumo Orsi era saltuaria assai, la buffonaggine del mago Herrera una componente studiata e coltivata del suo carisma. Mentre i vizi di Best e il caratteraccio di Sivori non ne hanno impedito l'ingresso nella galleria dei più grandi. La collina su cui dormono è una Superga dell'anima. Il rimando a Spoon River, deferente e inevitabile, spero non spudorato, si ferma qui. Questa è una semplice passeggiata della memoria, coltivata negli anni e immaginata con un centinaio di garofani rossi. La storia del calcio l'hanno scritta davvero in tanti. Un fiore e un minuto di silenzio per ciascuno. Ma silenzio-silenzio, senza che a funestarlo arrivi il bell'applauso di cui la società dello spettacolo non sa più fare a meno. Un minuto. Due-tre nel caso dei personaggi più straripanti: è quanto serve alla lettura di ciascuno dei ritratti. Per ricambiare le emozioni che hanno regalato a generazioni di appassionati. E insieme per riviverle, per continuare a tramandare le loro gesta, le imprese, e perché no, le umane debolezze. Tutti, tutti, dormono dunque sulla collina del football. Ragazzi come Meroni e Scirea, vecchie glorie come Di Stéfano e Matthews, cantori come Brera e Galeano. Se il calcio è rimasto di gran lunga il gioco più bello del mondo lo deve innanzitutto a loro: e ai tanti altri che è stato emozionante scoprire o riscoprire. Quand'eran giovani e forti ci hanno fatto battere il cuore". 

Gigi Garanzini, una delle penne più nobili del giornalismo sportivo, costruisce con arte una storia lirica del calcio mondiale. Un'impresa romantica, un libro scritto in stato di grazia, lieve come un fiore posato sulla tomba di un eroe.

El Bocha

Ritratti
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Era alto 1,68 e pesava 67 chili. Aveva una testa come un campetto di paese, spelacchiata al centro, un tronco di plastilina, e due gambe di filo spinato. Chiara dimostrazione del fatto che nel calcio l'aspetto non fa l'idolo.

Giocava con il numero 10, numero che si trascina dietro il sospetto, in questo caso confermato, di avere poca voglia di faticare. Il suo piede era il destro, ma non fu mai capace di calciare con forza il pallone. Al massimo, lo spingeva. Colpire di testa, neppure, perché aveva quattro capelli e non era proprio il caso di metterli in pericolo. Ad allenarsi non è che ci andasse molto, e quando si decideva, arrivava tardi. Non abbiate fretta di giudicarlo: era un genio che usava la testa per pensare miracoli, il piede destro per realizzarli e il corpo per raccontare bugie agli avversari. Anche così, capisco che è difficile spiegare la sua grandezza a un europeo.

Era la sintesi di tutti i vizi e di tutte le qualità più caratteristiche del giocatore argentino; ha saputo condensare una filosofia popolare che privilegia la tecnica e la creatività mentre condanna il sacrificio. Una volta gli chiesero un'opinione su Johan Cruyff, e la risposta fu quasi una definizione: "Corre molto, però gioca bene". Gli parve sempre una contraddizione, oltre a una vera stravaganza, che qualcuno dotato si mettesse a sudare. Il Bocha non ne vide mai la necessità. Per quanto si sforzasse.

Ha sempre giocato per il gol, a patto che fosse un altro a prendersi la briga di segnarlo. In una partita amichevole che la nazionale argentina giocò Buenos Aires sotto la direzione tecnica di Cesar Luis Menotti, il nostro numero 10 si stancò di servire palle gol e i suoi compagni si stancarono di fallirle. Una volta rientrati negli spogliatoi, il Bocha si lamentò amaramente: "Di questo passo dovrò mettermi a segnare anch'io". E ciò avrebbe significato un tradimento, visto che Bochini buttava la palla dentro solo se non c'era altro rimedio.
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Jorge Valdano, Il sogno di Futbolandia, p. 44